sabato 31 dicembre 2011

Buon Anno, piccolo mondo autentico

                                                                       Caso Catania, la foto

Nel nostro piccolo, un anno vittorioso


di Riccardo Orioles

L’anno che termina, in cui sono venuti a maturazione i temi più drammatici del nostro Paese – compreso il passaggio ormai evidentissimo da una civiltà di radici comunali e civiche, solidaristiche e occidentali, ad una meramente amministrativa e paternalistica, potremmo quasi dire confuciana – è stato, nel nostro piccolo, un anno vittorioso.


                                                                 Quel no che vuol dire sì
Le vittorie son due, entrambe apparentemente impossibili ma entrambe, a ben vedere, maturate da molto lontano. A Catania, dopo anni e anni di lotte – sostenute da pochissimi, tenacemente – abbiamo finalmente ottenuto la civilizzazione del Palazzo. Di quello della giustizia, naturalmente (il Palazzo politico, se esiste ancora, è ormai irrecuperabile del tutto); ed è la più antica lotta dei Siciliani, la prima delle battaglie – e son passati trent’anni – del giornale di Fava. Pochissimi, e nessuno con meno di cinquant’anni, sono in grado di comprendere la commozione profonda che nei cittadini migliori ha destato questa che altrove sarebbe stata una normalità banalissima – avere anche qui un magistrato degno di fede – e che a Catania vuol dire invece rivoluzione.





La seconda vittoria, collegata alla prima, è che riportiamo in campo l’antico e bellissimo nome dei Siciliani. E nella maniera migliore: non come nostalgia di superstiti ma come franca e tranquilla assunzione di responsabilità da parte di una nuova generazione di giornalisti, pochi ma non pochissimi, giovani ma non del tutto inesperti, che con semplicità e senza chiacchiere hanno accettato di sollevare loro questa bandiera, e non solo in Sicilia ma qua e là nel Paese.




Questo, fra i cataclismi e le fughe, in quest’otto settembre quotidiano che ci circonda, ci dà una serenità che nessun altro sfiora. Noi adesso sappiamo, con assoluta certezza, che questo Paese continuerà a vivere, che la storia d’Italia non finisce qui. Verranno tempi difficili, i re e i generali fuggiranno, ma i giovani resisteranno.




In questo cammino lunghissimo, costellato di dubbi e di errori, con l’orrore – a ogni fine giornata – di non essere stati all’altezza, è arrivata finalmente una risposta chiara: non importa se individualmente siamo all’altezza o no, hanno un peso relativo i nostri errori; ma siamo nel grande flusso della corrente, e la corrente è questa. Perciò accettiamo serenamente la nostra insufficienza, sapendo che disperazioni e superbie sono puerili, perché il fiume ci porta.

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Saremo molto più soli, l’anno prossimo. Manca Scidà, manca Morrione. E’ la vita, dice la ragione. Gli uomini vanno e vengono, nessuno di noi è immortale. Vivere a lungo è bene, ma davvero importante è vivere bene, rimanendo se stessi, continuando a fare. I tuoi questa fortuna l’hanno avuta, dice la ragione. Non hanno avuto paura, sono stati utili ai loro simili; e c’è chi li sta già continuando; la Città è più importante di noi, ed essi non l’hanno lasciata sola.





Questo dice la ragione, questo ed altro. Ma a me piacerebbe potergli telefonare ora, fargli gli auguri e tutto il resto.

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Nei prossimi giorni i collaboratori dei Siciliani giovani cominceranno a ricevere i primi appunti per il prossimo numero e ci rimetteremo in moto. Ci sono due assemblee per i Siciliani giorno cinque, a Roma alle 17.30 e a Catania alle 21.



C’è un sacco di piccole e grosse cose da fare, dal rifinire le gabbie-base all’elaborare la strategia complessiva dell’anno in corso, e in ciascuna di queste cose ci sono più esseri umani che debbono pensare da soli, pensare insieme, scambiarsi idee, far programmi comuni, lavorare.


Roma a mano armata

Fare insomma le cose che, da quando siamo scesi dall’albero, facciamo noi esseri umani. Speriamo di farle bene, e in ogni caso di farle con dignità. Il resto non dipende da noi.



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Buon anno a tutti e – come diceva quel tale – restiamo umani.



                                                           La verità in via D'Amelio
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